Giulio Cesare. Pezzi staccati
martedì 19 settembre e mercoledì 20 settembre
ore 17:30 | ore 19:30
Matera, chiesa del Carmine – Palazzo Lanfranchi
intervento drammatico su W. Shakespeare
ideazione e regia Romeo Castellucci
con Giulio Cesare: Gianni Plazzi, Marcantonio: Maurizio Cerasoli, ...vskji: Sergio Scaraltella
Tornare a Giulio Cesare, spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio andato in scena per la prima volta nel 1997, non significa assecondare la nostalgia o la seduzione dell’autocitazione.I discorsi di “...vskij” e Marco Antonio si fronteggiano ora come due nuclei vivi. Sono pezzi staccati come qualcosa che si riferisce a un tutto ma che, al contempo, lo supera in funzione. Sono immagini icastiche di quel dramma della voce, alle prese con il potere ammantato dalla forza della parola. La topologia del dire (dell’attore), incistato nel linguaggio e nelle sue macchine, la sua compromissione con la retorica, si inscrivono in una polarità che ha la forma del calco e dell’impronta. Al centro c’è il corpo con i suoi organi locutori, in ruolo di spicco.
Da un lato: il personaggio di “...vskij”, allusione a uno dei padri fondatori del teatro, inserisce una telecamera endoscopica nella cavità nasale fino alla glottide. Il percorso dell’endoscopio è proiettato su uno schermo circolare che visualizza il viaggio a ritroso della voce fino alla soglia delle corde vocali. Il lungo tubo che conduce il soffio e le parole del dialogo tra Flavio, Marullo e il Ciabattino fino al suo sipario di carne, mostra l’origine sessuale delle parole, il limite tautologico di una voce che coincide con la vibrazione udibile-visibile del cavo orale. Assoluto tatuaggio della fonazione.
Dall’altro: Marco Antonio è un laringectomizzato. Mette sul piedistallo l’orazione funebre che è picco retorico del dramma, tensione al monumento, con una tecnica fonatoria altra. La voce, senza una gola di carne, diventa pulsione esofagea, puro vibrare di commozione. L’articolazione dei significati si offusca e svanisce: ne rimane la modulazione vocale, mezza persa e, d’un colpo, assorbita dai rumori del corpo. Il dire sgolato diventa l’esoscheletro della persuasione retorica, mentre il discorso coincide con un parlato letteralmente da una “ferita”, la sola in grado di sopportare il racconto del corpo di Giulio Cesare trafitto da “bocche mute”. Questo corpo senza l’organo del linguaggio (le corde vocali) è vessillo di un corpo di per sé eloquente come un ‘io’ invaso dal cadavere che occupa il trono del discorso con l’esposizione nuda di un castigo corporale.
In una teologia negativa della voce, il buco attraverso cui passa il respiro di Marco Antonio, lascia intravedere in assenza la gola rivoltata di “...vskij”.
Piersandra Di Matteo
Socìetas
Nata a Cesena dalle ceneri dell’Explo, la Socìetas Raffaello Sanzio è stata fondata verso la metà del 1981 da Romeo Castellucci, sua sorella Claudia, la moglie Chiara Guidi e il cognato Paolo.
Lo stretto legame di parentela e un comune ideale di sperimentazione teatrale li tengono uniti e li rende complici sia nella vita reale che sul palcoscenico. Romeo orienterà il suo teatro verso una pratica attenta alle arti visive e non soggetta al primato della letteratura, complessa e ricca di visioni. L’esordio a Milano nel 1983 con I fuoriclasse della bontà davanti a una platea quasi deserta. Nel 1984 inizia una nuova fase con lo spettacolo Kaputt Necropolis presentato alla Biennale di Venezia che rinsalda le fondamenta con la cultura occidentale. Del 1992 è Amleto la veemente esteriorità della morte di un mollusco, dove il personaggio è a mano a mano decostruito, operando sulla drammaturgia in maniera provocatoria ed estrema per restituire alla figura dell’attore la sua originaria funzione liturgica e rituale. L’anno successivo arriva il cupo e violento Masoch. Del 1995 è Orestea dove continua l’evoluzione dell’espressività teatrale e l’approfondimento delle tematiche esplorate in Amleto e Masoch, passando per il Giulio Cesare e culminate nel 1999 con Genesi. From the museum of sleep. Nel 2000 arriva il premio Europa Nuove Realtà Teatrali e dal 2002 al 2004 la Socìetas inizia a sviluppare un ciclo drammatico sulla vita e la morte con la Tragedia Endogonidia diviso in undici episodi ognuno dei quali è rappresentato in una città diversa. Nel 2011-2012 suscita polemiche Sul concetto di volto nel Figlio di Dio, opera rappresentata prima a Parigi e poi a Milano e considerata blasfema da alcuni gruppi di cattolici. La Socìetas nelle sue rappresentazioni è da sempre orientata verso una dimensione teatrale fortemente visionaria, evocatrice di antichi archetipi ancestrali con lo sguardo rivolto alla tragedia classica, alla sacralità del rito e ai lontani miti barbarici. Spesso sono immagini disturbanti, spaventose, che generano inquietudine per le analogie con il lato tragico della condizione esistenziale contemporanea. Per questo l’opera della Raffaello Sanzio piace o al contrario è detestata dal pubblico. In ogni caso è raro che risulti indifferente.
