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Con la IX edizione, il Città delle Cento Scale festival ha messo in cartellone uno straordinario spettacolo che ha segnato fortemente la storia del teatro di ricerca in Italia.


Il 19 e il 20 settembre (repliche alle ore 17,30 e alle ore 19,30) a Matera, nella Chiesa del Carmine andrà in scena Giulio Cesare. Pezzi staccati, un intervento drammatico su W. Shakespeare della compagnia Socìetas Raffaello Sanzio, con ideazione e regia di Romeo Castellucci.
Il 19 settembre, inoltre, alle 16.30 nella sala Levi di Palazzo Lanfranchi, il noto critico teatrale Andrea Porcheddu, guiderà il pubblico alla visione dello spettacolo con un seminario dal titolo Epopea della Voce.

 

Tornare a Giulio Cesare, spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio andato in scena per la prima volta nel 1997, non significa assecondare la nostalgia o la seduzione dell’autocitazione. I discorsi di “...vskij” e Marco Antonio si fronteggiano ora come due nuclei vivi. Sono pezzi staccati come qualcosa che si riferisce a un tutto ma che, al contempo, lo supera in funzione. Sono immagini icastiche di quel dramma della voce, alle prese con il potere ammantato dalla forza della parola. La topologia del dire (dell’attore), incistato nel linguaggio e nelle sue macchine, la sua compromissione con la retorica, si inscrivono in una polarità che ha la forma del calco e dell’impronta. Al centro c’è il corpo con i suoi organi locutori, in ruolo di spicco.
Da un lato: il personaggio di “...vskij”, allusione a uno dei padri fondatori del teatro, inserisce una telecamera endoscopica nella cavità nasale fino alla glottide. Il percorso dell’endoscopio è proiettato su uno schermo circolare che visualizza il viaggio a ritroso della voce fino alla soglia delle corde vocali. Il lungo tubo che conduce il soffio e le parole del dialogo tra Flavio, Marullo e il Ciabattino fino al suo sipario di carne, mostra l’origine sessuale delle parole, il limite tautologico di una voce che coincide con la vibrazione udibile-visibile del cavo orale. Assoluto tatuaggio della fonazione.
Dall’altro: Marco Antonio è un laringectomizzato. Mette sul piedistallo l’orazione funebre che è picco retorico del dramma, tensione al monumento, con una tecnica fonatoria altra. La voce, senza una gola di carne, diventa pulsione esofagea, puro vibrare di commozione. L’articolazione dei significati si offusca e svanisce: ne rimane la modulazione vocale, mezza persa e, d’un colpo, assorbita dai rumori del corpo. Il dire sgolato diventa l’esoscheletro della persuasione retorica, mentre il discorso coincide con un parlato letteralmente da una “ferita”, la sola in grado di sopportare il racconto del corpo di Giulio Cesare trafitto da “bocche mute”. Questo corpo senza l’organo del linguaggio (le corde vocali) è vessillo di un corpo di per sé eloquente come un ‘io’ invaso dal cadavere che occupa il trono del discorso con l’esposizione nuda di un castigo corporale.
In una teologia negativa della voce, il buco attraverso cui passa il respiro di Marco Antonio, lascia intravedere in assenza la gola rivoltata di “...vskij”.