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Con l'invito a cambiare se stessi, a "diventare greci" («Il mio è un invito a farsi greci»), si è conclusa la conferenza di Umberto Galimberti davanti ad un pubblico molto attento, che lo ha ascoltato in un lungo meditato silenzio nella gremitissima Aula Magna dell'Università degli Studi della Basilicata.

È stata la sua Lectio magistralis Il corpo nella cultura occidentale, accompagnata dal lavoro di Silvio Giordano Morbus sine Materia II, ad aprire la IV edizione del Festival Città delle 100 scale dedicato al tema spazio/relazione/corpo.

Intanto, perché farsi greci?

La "morte di Dio" e "l'ospite inquietante" del nichilismo possono – secondo Galimberti - indurre ancora una volta alla ricerca esasperata di senso esattamente come vuole la tradizione giudaico-cristiana – un senso che prevede sempre la presenza di un trascendente e di un'economia della salvezza individuale che separa il corpo dall'anima, la vita dalla morte:

 

Cresciuto sul motivo della sopravvivenza della vita e sulla separazione del mondo terreno da quello celeste (Agostino, 2) il cristianesimo vigila gelosamente su questa distanza che, se sparisse, determinerebbe la fine della sua presenza storica.

 

Naturalmente, Galimberti acutamente fa notare come l'annuncio giudaico-cristiano di una terra promessa e di una patria ultima nasce dall'incontro con l'anima ideata da Platone – il greco che sorprende il greco, sconvolgendone la visione della vita e dischiudendo quel nuovo schema di civiltà che andrà conquistando per intero la cultura dell'Occidente. È un'anima che, nel cancellare le differenze dei corpi e nel distruggerne l'ambivalenza simbolica, inaugura quella "logica disgiuntiva dove il positivo è tutto nel cielo sede di ogni valore, e il negativo tutto sulla terra dove la materia è impedimento e ostacolo all'acquisizione della verità".

Quest'anima è ora orientata a una meta e vive l'inquietudine dell'attesa e del tempo che separava dalla meta.

Per i Greci – invece – tutto è nel "riconoscimento di quello che ciascuno di noi propriamente è", del suo 'limite' che lo costituisce e lo innerva profondamente. L'arte del vivere consiste quindi nel "riconoscere le proprie capacità ("conosci te stesso") e nell'esplicitarle e vederle fiorire secondo misura".

 

Questo spostamento dalla cultura cristiana a quella greca potrebbe indurre nei giovani quella gioiosa curiosità di scoprire se stessi e trovare senso in questa scoperta che, adeguatamente sostenuta e coltivata, può approdare a quell'espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa. [...] Operare questo spostamento di prospettiva può renderli capace di esser curiosi di sé.

 

Galimberti vuole rompere definitivamente con il dualismo anima/corpo. Basta parlare di anima come interiorità nascosta! "Per quanti sforzi faccia quando "rifletto su di me", ciò che trovo non è mai la mia "interiorità", ma la mia originaria esposizione al mondo". E' il corpo che si apre al mondo ed è in questa "originaria co-esposizione che si dà il primitivo senso del mondo, il suo scaturire immotivato a cui il corpo, dopo il primo stupore, cerca di dar senso".

Il mondo, infatti, è sempre "già là", offerto al nostro corpo prima di ogni giudizio e di ogni riflessione, così come il nostro corpo è già esposto al mondo in quel contatto ingenuo che costituisce la prima e originaria riflessione. Come apertura originaria sul mondo, il corpo è trascendenza – subito fuori di sé, aperto al mondo, proteso sulle cose.

Il corpo abita il mondo. Questo mondo. E il suo abitare è un

 

sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c'è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell'ultimo congedo. Abitare è sapere dove deporre l'abito, dove sedere alla mensa, dove incontrare l'altro, dove dire è u-dire, rispondere è cor-rispondere. Abitare è trasfigurare le cose, è caricarle di sensi che trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all'anonimia che le trattiene nella loro "inseità", per restituirle ai nostri gesti "abituali" che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le "sue cose", presso di sé.

Proprio perché abitiamo il mondo siamo introdotti nella sua verità che non è mai al di là di ciò che percepiamo. Il nostro corpo è nella verità, essendo l'evidenza "l'esperienza della verità" (Husserl).

 

Viviamo e abitiamo il nostro mondo con il nostro corpo, che "è al mondo come colui che ha un mondo". Non siamo semplicemente presenze in un luogo che ci ospita. Il mondo è il termine in cui il corpo si proietta, impegnandosi in esso.

Utilizzando il linguaggio di Heidegger, potremmo dire che "l'abitare è un soggiornare che trattenendosi custodisce, salvaguardia, ha cura delle cose presso le quali prende dimora".

È il suo interessarsi al mondo a decidere il suo grado di vitalità. "Il giorno in cui questo impegno cessa, in cui cessa la nostra presa sul mondo, il corpo non si riconosce più, non si sente più vivo e perciò si congeda dalla terra. Questo congedo è preparato da un progressivo disinteresse per il mondo, da una caduta di significati, da una progressiva cecità che non consente più di vedere un senso nelle cose che pur si vedono".

Ma il corpo non è il mondo. "La coappartenenza dei due termini non annulla l'ambivalenza, non elimina la distanza". È necessario saper custodire l'alterità, che dona senso al nostro continuo interrogare. "Nella domanda c'è un'attesa, e nell'attesa c'è la possibilità che le cose non siano come si attendono. Dalla possibilità negativa nasce per il corpo il suo impegno nel mondo, il suo intervento per modificare la disposizione delle cose, per renderlo progressivamente più ospitale".

Ecco il significato dell'essere-nel-mondo: solo fuggendo da sé il corpo può prendersi cura di sé. "La sua cura è per sé, solo se è per il mondo; solo correndo verso il mondo il corpo si soc-corre".

È questo il compito, la responsabilità che abita il progetto che da anni portiamo avanti. Un progetto che si apre al futuro, indicando possibili nuovi sentieri.

 

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