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C'è più ragione nel tuo corpo

che nella tua migliore sapienza

F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

 

Il corpo parla simbolicamente... nel senso di abolire la barra che l'ha separato dall'anima. È questa separazione infatti che ha inaugurato il pensiero della metafisica e della psicologia occidentali, che da sempre si sono fondate su antitesi di valori (corpo/anima, vero/falso, bene/male, bello/brutto, reale/ideale...). "La credenza fondamentale dei metafisici è la credenza nelle antitesi dei valori" (Nietzsche).

Il corpo apre invece all'ambivalenza. È l'incontro con il suo sorgere immotivato e il suo ambivalente apparire, che dice di essere questo, ma anche quello. E per questa sua natura ambivalente il corpo è una riserva infinita di segni davanti alla cui sovrabbondanza il sapere stesso mostra la sua incapacità a ordinare, a classificare, a iscrivere fino in fondo, perdendo così la sua presa.

Il corpo rimette così in gioco la sua natura polisemica e fluttuante. Si rifiuta di offrirsi all'economia politica esclusivamente come forza-lavoro, all'economia libidica esclusivamente come fonte di piacere, all'economia medica come organismo da sanare, all'economia religiosa come carne da redimere, all'economia dei segni come supporto di significazione. In questo suo rifiuto, il corpo sottrae a tutti i saperi il loro referente, e alle economie il loro senso. E tutti li fa oscillare.

Per Galimberti, riproporre oggi l'ambivalenza del corpo e della sua realtà significa scoprire il corpo come il custode di un senso che sta prima di ogni significato, e che nessun significato promosso dalla decisione scientifica può abolire, perché è prima di ogni inizio e continua oltre ogni conclusione. Ed è questa la sfida del corpo...