Palcoscenico scarno. Luci piazzate. Una visione sempre uguale, scandita dai ballerini che si ritrovano sul palco e che segnano l'inizio e la fine della danza. Unica padrona dell'ambiente che crea e distrugge. "Quattro danze coloniali viste da vicino" sono la presentazione scarna ed essenziale del progetto "Il giro del mondo in 80 giorni". Vortici di tragitti che creano sempre un altrove. La prima danza, affidata a Biagio Caravano, è un solo viaggiatore nello spazio. Un movimento articolare che reinventa il corpo fuori da ogni design coreografico. La seconda è la danza della prossimità. Tre soli s'intersecano senza mai incontrarsi. Il contatto arriva nella terza performance. Philippe Barbut impugna Laura Scarpini. I corpi si ibridano e il dominatore è costretto a negoziare la propria identità. La scena torna deserta. Una mazza da golf, l'esploratore, guadagna il centro. Alla sua immobilità si contrappone la danza di Caravano, il selvaggio. In una lotta tra il dominatore e il dominato che sberleffa il vincitore. L'ultima danza è quella in cui sempre si va. Dove il percorso è più importante dell'arrivo o della partenza. In un crescendo di tensione che trova un respiro liberatorio solo quando le luci si spengono sul corpo solitario che domina la scena. Spazio dell'esibizione è il Ponte Musmeci.
